La trasformazione delle cose ovvero l’antica pratica del riciclo

La trasformazione delle cose ovvero l’antica pratica del riciclo

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J.Rosenquist Nomad

trasformazione degli elementiForse non proprio tutti sanno che il recupero, la trasformazione e il riutilizzo di materie potenzialmente utili, sono pratiche molto antiche. Da un punto di vista prettamente speculativo, l’idea che qualcosa potesse essere riutilizzato più e più volte, e per differenti scopi, era uno dei capisaldi del pensiero filosofico del greco Empedocle, nel V secolo a.C.

Egli sosteneva che “gli elementi (l’Essere) non si creano e non si distruggono, ma sono in continua trasformazione”.

Più pragmaticamente, nello stesso periodo, i Romani già si servivano di un primo sistema di riciclo delle materie prime, come è stato rilevato dagli scavi archeologici di alcune discariche, in cui sembra che una minore quantità di rifiuti domestici (legno e ceramica) venisse prodotta soprattutto nei periodi in cui le risorse scarseggiavano.

La tecnica del riciclo, prima ancora di essere una pratica volta a prevenire la dispersione di importanti materie prime, prima ancora di essere un ripensamento tecnologico del ciclo di produttività sostenibile (che preveda la riduzione del consumo di materie prime, la riduzione dell’utilizzo di energia e l’emissione di gas serra associati), prima di tutto questo, è un pensiero, è un modo di vedere il ciclo vitale delle cose, degli elementi, orientato all’idea che questi non si esauriscano mai, ma subiscano un infinito processo di trasformazione.

  • Il ciclo vitale di un oggetto non si esaurisce con il suo primo utilizzo.
  • Nemmeno con il secondo.
  • Nemmeno con il terzo.
  • Il ciclo vitale di un oggetto, è in continua, inesauribile trasformazione.

Il concetto del riutilizzo, come modalità naturale e storica, per evitare gli sprechi, ci è noto ma non familiare. Quando parliamo di riciclo, generalmente, tutti sappiamo di cosa stiamo parlando, ma nella maggior parte dei casi è una conoscenza distaccata, intellettuale, la nostra, non è una conoscenza pratica, acquisita, non è (ancora) un’abitudine.

Nell’immaginario collettivo, la pratica del riciclo e della trasformazione delle cose, viene percepita come qualcosa che non ci riguarda direttamente, che dobbiamo essere messi nella condizione di poter svolgere.

Solo in tempi recenti, i moniti delle numerose associazioni ambientaliste – dati (allarmanti!!) alla mano – hanno spinto gli organi istituzionali a ripensare i meccanismi di smaltimento dei rifiuti e a fare campagne mediatiche di sensibilizzazione, sia sul tema della salvaguardia eco-ambientale, minacciata dall’aggressione di tonnellate di elementi tossici dispersi senza criterio nell’ambiente, sia sul tema dello sviluppo economico derivante dal “risparmio” e recupero di materiali “riutilizzabili” e resi adatti ad essere ricollocati sul mercato.

E restando in tema di trasformazione e di riutilizzo, non si può non fare riferimento, a “Permanent Error”, la mostra fotografica di Pieter Hugo, nella quale l’artista prende un’immensa discarica del Ghana, costituita da dispositivi elettronici fuori uso, provenienti dal mondo occidentale, abbandonati ad un processo di trasformazione degenerativo, e la “riutilizza”, trasformandola in un apocalittico set fotografico. Al di là del tentativo (senz’altro riuscito) di sublimazione (e quindi ancora di trasformazione…) di un dato reale, tragico e allarmante, in una toccante espressione artistica, Hugo ci ammonisce senza diritto di replica, su come “questa distesa, avvolta da fumi tossici e attraversata da figure spettrali, rappresenti la deriva di un’azione di riciclo fine a se stessa, a totale discapito della popolazione beneficiaria”.

Se come sostengono i Buddhisti con il Samsara: gli oggetti non “muoiono” mai, ma semplicemente si trasformano in qualcos’altro, in un processo infinito, noi oltre a poter (e dover) cogliere la preziosa opportunità che ci viene offerta di ripensare forma e scopo di una materia, dobbiamo innanzitutto preoccuparci di ciò in cui questa, quando è lasciata a se stessa, possa trasformarsi, deteriorandosi…

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Un telefilm degli anni '70, un libro surreale, un paio di scarpe stravaganti, una strategia di comunicazione innovativa, un'immagine singolare, una canzone veramente bella, un copy scritto bene, un film indimenticabile, mi affascinano. Una strafiga che inciampa, I Muppets, il mio essere totalmente scoordinata, un uomo troppo serio, mi fanno ridere. Mi annoiano i modi di dire in voga, l'italiano scritto e parlato male, le scarpe col tacco altissimo la mattina presto. E la stupidità. Mi chiamo Benedetta, mi occupo di web marketing e vi presento Internet: il mio vicino di casa, il mio avvocato, il mio medico, il mio amico giornalista, la mia scuola di cucina e di cucito, il mio sessuologo... Basta. ...sto cominciando a preoccuparmi.

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